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La Sindaca e la sua vice Schellino, responsabile anche del settore emergenza abitativa, sanno benissimo che sul cc. n. 28128 della Cassa  Depositi e Prestiti giacciono almeno € 900 milioni - diconsi novecento milioni di euro - di fondi GESCAL non ancora utilizzati, versati a suo tempo dai lavoratori dipendenti per l'edilizia popolare. Ben due Commissioni consiliari del Comune di Torino ne sono a conoscenza su iniziativa della consigliera Artesio. A quanto pare, nè Appendino nè Schellino hanno mosso un dito. Se si fossero date da fare,  avrebbero potuto usare una minima parte di quei 900 milioni di euro, per acquisire al patrimonio comunale/ATC  gli alloggi sfitti o invenduti di cui si parla qui sotto, utilizzando i contributi dei lavoratori allo scopo per cui erano stati versati.
 
 
 
La Stampa, 4 dicembre 2019
 
 Patto tra Comune e privati "Le case sfitte o invendute alle famiglie sotto sfratto"
 
Fabrizio Assandri
 
Una società privata comprerà case sfitte per rispondere all'emergenza abitativa, in accordo con il Comune. Gli sfratti aumentano, al contempo le case sfitte o invendute trascinano al ribasso il mercato immobiliare e di soldi pubblici per far fronte all'emergenza casa ce ne sono pochi. Di qui la novità: si inizia con 50 alloggi (per ora acquisiti solo in piccola parte), poi il progetto potrà essere ampliato. Tra i finanziatori ci sono Unicredit e la Compagnia di San Paolo, oltre al governo che ha già dato al progetto una tranche di 150 mila euro anche se il Comune conta di ottenere un milione e mezzo. A questi fondi si aggiungono quelli privati, realtà come Legacoop e Confcoperative.
 
Finora si potevano seguire due strade: iscriversi alle lunghe liste d'attesa per una casa popolare oppure rivolgersi al mercato privato e chiedere al Comune di fare da garante e mediatore. La nuova società amplia le possibilità: fa da aggregatore di case, di modo che chi è sotto sfratto o in difficoltà abitativa potrà rivolgersi non solo al singolo privato ma alla società, che offrirà alloggi ad affitti calmierati. Allo stesso modo, chi ha una casa vuota ma non si fida di affittarla direttamente, potrà trovare questa mediazione. La società è profit: è una startup e l'innovazione sta proprio nel nuovo modello di business immobiliare.
 
Verranno comprati alloggi a basso costo, anche alle aste giudiziarie, in quartieri in cui il prezzo per metro quadro è più contenuto. Il modello di business prevede di coinvolgere piccoli e medi investitori privati, che riceveranno un rendimento finanziario intorno al 2,5%. La società si occuperà anche di fare ristrutturazioni e in alcuni casi potrà "salvare" gli sfrattati comprando all'asta il loro alloggio, e lasciandoli dentro come affittuari.
 
Se tutto funziona, il meccanismo dovrebbe essere virtuoso e «far ridurre sia gli sfratti che le case vuote», spiega la sindaca Appendino accompagnata dalla sua vice Schellino e dall'assessore Pironti. I numeri dell'emergenza abitativa restano drammatici: a Torino nel 2018 gli sfratti sono tornati a salire, dell'8 per cento, arrivando a quota 2.264, con un'incidenza quasi doppia rispetto alla media nazionale.

Il Consiglio comunale di Torino deve votare una proposta di delibera , dichiarata urgente dalla Giunta, per la riduzione del capitale sociale di FCT di 15 milioni di Euro (da 315 milioni a 300 milioni). Questa riduzione segue un’analoga misura del 2017 (da 335 milioni a 315). FCT, il cui unico proprietario è la Città di Torino, è il “veicolo finanziario” del Comune nelle sue numerose aziende partecipate o controllate.

Questa delibera, che potremmo considerare quasi di ordinaria amministrazione, ha come effetto quello di mettere la quota liberata nelle immediata disponibilità della Città.

Alla spontanea domanda: per farne cosa? La delibera offre una spiegazione sconsolante nella sua sommarietà: “Tali esuberanti risorse possono - e pertanto devono - trovare più efficiente impiego se opportunamente indirizzate a migliorare la situazione economico-finanziaria della Città”.

locandina 16Giugno
 
Malgrado la volontà dei cittadini si sia espressa in senso contrario, con tutte le modalità previste dalla nostra Costituzione fino al Referendum del 2011,la privatizzazione dei servizi pubblici continua. Si  afferma che sia sufficiente una quota azionaria, sempre più esigua col passare del tempo, in mano pubblica per garantire una finalità orientata al Bene Comune: 
 
E’ FALSO.

L'ingresso di capitale privato orientato al profitto, serve solo a giustificare la radicale mutazione del ruolo della presenza pubblica: non più tutela dell'interesse dei cittadini ma utilizzo dei beni comuni per estrarre risorse in modo da nascondere lo strozzamento della finanza locale provocato dei tagli ai trasferimenti statali.
Ma non si tratta solo di denaro.   I processi di privatizzazione hanno espropriato i cittadini non solo della proprietà di aziende che le generazioni passate hanno costruito per le necessità di del bene comune, ma mettono in pericolo la conservazione di preziose risorse naturali e finirebbero inevitabilmente per anteporre lo scopo di lucro al benessere e alla stessa salute dei cittadini. Per rispondere a questa minaccia occorre conoscerne con precisione i vari aspetti e i rispettivi collegamenti. Esaminiamo insieme un caso concreto che ci tocca tutti da vicino:  IREN AMIAT TRM 
 
VENERDI 15 GIUGNO, ore 17,30  Caffè Basaglia, via Mantova 34, Torino -  Invitiamo tutte e tutti a partecipare.
 
Interverranno
Stefano Risso - Attac Torino
Oscar Brunasso, Laura Piana -  Rifiuti Zero Piemonte
Pino Cosentino - Attac Genova
 
Documentazione:
 
 
 
 
 
 
Video:
 
 

 

Non accettiamo che il Comune di Torino metta in vendita IREN


Si sta aprendo un vivace dibattito in città sulla vendita parziale o totale di IREN per coprire i buchi di bilancio. Il ritornello è lo stesso che ci viene ripetuto da un anno e mezzo a questa parte: non abbiamo scelta, pena il pre-dissesto di bilancio con tagli indiscriminati a tutti i servizi o addirittura il Commissariamento da parte del Governo. Qualcuno nella maggioranza guarda al futuro augurandosi che vengano assegnate a Torino le Olimpiadi del 2026 (sic!).

A un anno e mezzo dalla sua elezione, la maggioranza che ci governa ha avuto tutto il tempo di capire che così non risolve nemmeno l’emergenza (la vendita prevista delle azioni IREN frutterà nella migliore delle ipotesi circa 27 milioni e non i 70 inizialmente sperati); solo una goccia nel mare di oltre 3 miliardi di debiti del Comune, utile solo a rinviare all’anno prossimo scelte ancor più dolorose!

Perché non è stato ancora dato seguito alla promessa elettorale di un’indagine che avrebbe smascherato la trappola del debito e del patto di stabilità? Questa è la strada per riprendere in mano, da cittadini, il destino della nostra comunità e riappropriarsi della democrazia che smette di essere tale ogni volta che si antepongono gli interessi delle lobby finanziarie e immobiliari all'incomprimibilità della spesa necessaria a garantire quei servizi inseparabili dall’effettiva cittadinanza.

Il Movimento 5stelle che si propone di mettere al centro delle proprie politiche i cittadini si spieghi: di quale colpa i cittadini torinesi si sono resi responsabili al punto da doverla espiare?

Quale voce in capitolo hanno avuto i cittadini sulle scelte che hanno portato la città ad accumulare un “rosso” da record? Chi ha scelto di gettare AEM in balìa del mercato, di creare una costosissima “scatola” finanziaria di nome FSU - Finanziaria Sviluppo Utilities srl che, ricordiamolo, nel 2011 ha dovuto svalutare il capitale di ben 257 milioni di euro?

Utilizzando la legge sul voto maggiorato il Comune può conservare un apparente controllo pubblico su IREN pur cedendo la maggioranza del pacchetto azionario ai privati. Un controllo apparente, perché limitato all’assegnazione delle poltrone nel Consiglio di amministrazione, ma non sugli investimenti, l'indebitamento e la misura dei dividendi che viene invece decisa da chi ha la maggioranza della proprietà.

In questi giorni il Consiglio comunale si accinge a votare due deliberazioni che portano a compimento quanto previsto dall’Amministrazione Fassino: la vendita di azioni IREN che condanna l’azienda alla privatizzazione.

Una scelta sbagliata
Un incasso di 70 milioni su oltre 3 miliardi di debito non risolve nulla. Il debito di Torino continua a strozzare ogni possibilità di sviluppo della nostra città. Ma ormai è diventato l’alibi per una politica sempre più feroce di austerità di cui l’attuale maggioranza si fa diligente esecutrice. Dov’è finito l’impegno elettorale di fare un audit sul debito, sui derivati e sugli interessi da usura che fa pagare a tutti noi?
Forse contestare il debito può sembrare una strategia a lungo termine che non risolve le urgenze di bilancio, ma se non si fosse continuato a procrastinare forse qualche risultato, a oltre un anno dalle elezioni già sarebbe visibile. Inoltre, limitarsi ad inseguire l’esistente significa che tra un anno saremo nelle stesse condizioni, a vendere un pezzo del patrimonio pubblico per fronteggiare i debiti.

Una scelta dannosa per la città,
se davvero s’intende ridurre l’inquinamento atmosferico favorendo la transizione verso l’elettrico non si consegna la risorsa strategica dell’energia alle grandi Multiutility dell’energia, come si è fatto in passato con gli sceicchi per il petrolio.
Non si affida ai privati la produzione delle energie rinnovabili.
Non si rinuncia al governo pubblico del teleriscaldamento e relative tariffe.

Una scelta miope e anti europea,
rispetto alla tendenza europea di riprendere in mano pubblica la produzione e la gestione dell’energia : oltre 300 casi in Germania (da grandi città come Amburgo, a centinaia di Consorzi Intercomunali) e ancor più numerosi in Gran Bretagna, tra cui Leeds, Bristol, Nottingham, Liverpool, e ora anche Londra.
La proprietà pubblica dell’Azienda energetica arricchisce la gamma di strumenti a disposizione del Comune per scelte di sviluppo delle infrastrutture, del territorio, della mobilità compatibile con l’ambiente.
Basta invocare il debito per giustificare la distruzione del patrimonio cittadino. A oltre un anno dalle elezioni è ora di cambiare strada. Il Consiglio comunale di Torino impedisca la vendita di azioni IREN, e s’impegni invece perché IREN ritorni ad essere quella “gallina dalle uova d’oro” che è sempre stata la nostra Azienda Elettrica Municipale prima della privatizzazione.

Torino, 21 Settembre 2017